UNIONE EUROPEA O  ZOLLVEREIN?

 

di  Michele Partesotti

 

UNIONE EUROPEA O ZOLLVEREIN è il TITOLO del mio NUOVO LIBRO

 

Considerando che l’ economia è un sistema fondato sulla storia e non su automatismi prevedibili e quantificabili,il mio nuovo libro inizia con un riferimento storico alla nascita del Reich di Bismarck, per esorcizzare le tendenze che ci riportano ad antichi “sacri egoismi” che possono generare solo conflitti.

Alcune delle contraddizioni attuali che evidenzio sono tra gli obiettivi dichiarati e gli effetti delle politiche attuate e suscitano una riflessione sul tema dell’unificazione europea, sotto il profilo economico ed istituzionale.

La mancanza di coerenza dell’azione di politica economica e monetaria dell’UE rispetto alle previsioni dei trattati costitutivi dell’Unione, l “invadenza” di alcune istituzioni europee, la mancanza di una guida politica della grande amministrazione di Bruxelles, che tutto regola in Europa, sono motivo di preoccupazione.

Si ipotizzano nuove forme d’intervento a sostegno del mercato concorrenziale e per la tutela dei diritti e dell’ambiente, attraverso un’attività di controllo sulla qualità dei processi produttivi.

 

Il testo è visibile al seguente LINK:

 

http://www.aracneeditrice.it/aracneweb/index.php/pubblicazione.html?item=9788854868298

 

Le cause delle guerre

 

Le guerre tra stati sono principalmente riconducibili a due grandi situazioni politiche: la grande influenza dei militari e l'instabilità dei confini.  L'influenza dei militari è proporzionale alla condizione di supremazia , o presunta tale, sul possibile campo di battaglia.   

Pertanto è collegata alle dimensioni dello stato, alla qualità ed alla quantità degli armamenti e , non ultimo, alla fiducia che la popolazione e la politica hanno verso le capacità del proprio esercito di uscire vittoriosi dai conflitti. Questa condizione interna ai paesi che possono volere alla guerra scastena i conflitti tanto più facilmente quanto più l'avversario è debole e quanto più è isolato. Per arrivare al conflitto è però necessario che vi siano altre condizioni: un "casus belli" che spesso viene provocato ad arte , e le condizioni interne ed internazionali che permettano un allargamento dei confini del vincitore.

E' proprio su questa ultima condizione che si è concentrato lo sforzo di pace, poi fallito a causa del nazi-fascismo, quando nel 1919 il Presidente americano W. Wilson pronunciò la famosa frasde " ad ogni popolo uno Stato. L'idea dello stato nazione con dei confini precisi non è un'idea che aiuta a scatenare conflitti, naturalmente nella misura in cui i confini rapppresentano veramente l'ambito storico e geografico al cui interno vivono e sono vissuti per secoli popoli con culture , costumi, lingue e credenze simili.

Le nazioni nate in Europa attraverso processi storici conflittuali non sono state la causa prima delle guerre mondiali, anche se il nazionalismo e lo "spirito patriottico" sono stati largamente abusati per spingere intere generazioni di giovani a gettarsi nelle carneficine più pazzesche.

Chi dice che gli imperi assicurano o hanno assicurato la pace non vive nel mondo moderno, perchè i conflitti mondiali , eclatanti o striscianti che siano, sono congeniali alle politiche imperialiste che spingono contionuamente a modificare ed allargare a proprio vantaggio i confini e perchè le guerre mondiali, così come i conflitti neo coloniali, sono il risultato evidente degli imperialismi.

Un esempio che per contrasto dimostra come i nazionalismi difficilmente sfociano in veri e propri conflitti devasatanti è il caso India Pakistan, dove nonostante esistano motivi territoriali, religiosi,storici e 

politici, le parti non scatenano una vera guerra perchè nessuna è in grado di conquistare o sottomettere l'altro.

In Siria invece, dove l' imperialismo turco, quello pan arabo ed il neo colonialismo occidentale hanno deciso di smembrare uno stato, la guerra è diventata infinita, proprio perchè a torto o a ragione nessuno dei soggetti neo imperialisti crede che lo stato siriano sia in grado di sopravvivere

Michele Partesotti

TAGLIARE SEMPRE NON SI PUO’

 

 

L’art 120 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea stabilisce che

“Gli Stati membri attuano la loro politica economica allo scopo di contribuire alla realizzazione degli obiettivi dell’Unione definiti all’articolo 3 del trattato sull’Unione europea”

L’art 3 del trattato sull’Unione Europea in ambito di politica economica stabilisce che

“..(L’Unione)  Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato

su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale,..”

A proposito d’incremento del reddito , il più geniale economista che si sia occupato di recessione di un’economia capitalista – J.M.Keynes – ha scritto tra l’altro  che

“..il potere d’acquisto aggregato di un paese può essere aumentato solamente 1) con un incremento di spesa della comunità finanziata con prestiti 2) con il miglioramento della bilancia commerciale , in modo tale che un’ampia proporzione della spesa corrente si trasformi nuovamente in reddito nelle mani dei produttori interni.  

C’è comunque una grande differenza tra i due metodi , poichè soltanto il primo è valido per il mondo nel suo insieme. Il secondo significa semplicemente che un paese sta assorbendo occupazione e potere d’acquisto a spese del resto del mondo..”

Tutto questo spinge a considerare come un “boia” dello sviluppo e della crescita  chi propone tagli anche alle spese per investimenti e per erogare servizi pubblici che incrementano il valore del reddito, in periodi di grave recessione e stagnazione, nella maggior parte dei paesi.

E’ urgentissimo invece avviare dei massicci programmi di prestiti per investimenti pubblici selettivi sia dal punto di vista della qualità che da quello della destinazione geografica. Gli investimenti ed i prestiti , anche sotto forma di agevolazioni fiscali per nuovi investimenti privati, devono mirare a salvare i distretti e le aziende delle aree soggette a declino, cioè quelle dove si sta sedimentando un equilibrio di sottocupazione che logora le risorse umane e produttive.

Oggi lasciar fallire un’azienda o un distretto produttivo non significa più lasciare che nuove aziende più efficienti sostituiscano quelle obsolete, perchè le produzioni che si perdono verranno sostituite da produttori esterni, probabilmente extreuropei.

Allora mutatis mutandi 

siccome il così detto patto di stabilità non ha l’autorevolezza di un trattato, e siccome il

“Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’unione economica e monetaria” dal quale il patto di stabilità trae legittimazione all’art 2 co 3 stabilisce che

“ Il presente trattato si applica nella misura in cui è compatibile con i trattati su cui si fonda l’Unione europea e con il diritto dell’Unione europea…  ”

 il patto di stabilità non solo va ridiscusso alla luce del sole , ma va proprio sospeso sine die-

Prof. Michele Partesotti

 

I TAGLI NON COSTRUISCONO

Standard

In tempi di recessione il fabbisogno dello stato per l’assistenza sociale aumenta ed il gettito fiscale diminuisce a causa del calo degli scambi e della produzione: attraverso il taglio della spesa pubblica per servizi e per investimenti si aumenta non la crescita , ma il disavanzo pubblico,perché per effetto del perdurare della stagnazione si spingono ancora più in giù le entrate mentre non si può bloccare la spesa dello stato per assistenza a sostegno di livelli di sussistenza di strati sempre più ampi di popolazione.

Visto che però  il pensiero di  importanti policy maker  è di altro segno tutti devono prendere molto sul serio le affermazioni secondo le quali i tagli fanno crescere l’economia, perché questo è il pensiero che orienta le scelte del governo per decidere che strada prendere per uscire da questa situazione, che in Italia si configura ormai come una vera grande depressione.

Questo modo di ragionare non deve meravigliare se si contestualizza l’ affermazione non già in rapporto alle indicazioni degli economisti, ma se la si inserisce nel modo di pensare della classe dirigente ai vertici delle burocrazie europee ed internazionali.

Pochi giorni fa un esponente di primissimo piano della UE ha sostenuto senza mezzi termini che i paesi che hanno la maggior crescita sono anche quelli che hanno il deficit più basso.

Vista la portata di queste  affermazioni, sia con riguardo alle fonti che alle conseguenze, è il caso di sottolineare come il rapporto di causa ed effetto tra bassa spesa pubblica e crescita economica sia vero solo se si rovesciano i termini del ragionamento:  la crescita economica  può far diminuire il debito pubblico per il semplice motivo che aumenta il gettito fiscale, mentre impedire gli investimenti  pubblici per tagliare la spesa dello stato inibisce l’occupazione, la domanda e la crescita, con conseguenze pericolose anche sulla stabilità del rapporto deficit-PIL.

I dati sulla crescita della spesa pubblica in Europa  dimostrano chiaramente che non c’è un legame di causa ed effetto tra taglio della spesa pubblica e crescita economica, ma come sia  casomai l’aumento del gettito, dove le esportazioni hanno un alto valore aggiunto, a consentire di mettere sotto controllo la spesa pubblica

 

 

2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 MEDIE PAESI
 -1,5 -2,6 -3,2 -2,9 -2,5 -1,5 -0,9 -2,4 -6,9 -6,5 -4,4 -3,9 -3,2 EU  27
-1,9 -2,7 3,1 2,9 -2,5 -1,3 -0,7 -2,1 -6,4 -6,2 -4,2 -3,7 -2,1 EA 17
-3,1 -3,8 -4,2 -3,8 -3,3 -1,6 -0,2 -0,1 -3,1 -4,2 -0,8 -0,1 -2,3 DE
-1,5 -3,1 -4,1 -3,6 -2,9 -2,3 -2,7 -3,3 -7,5 -7,1 -5,3 -4,8 -4,0 FR
-3,1 -3,1 -3,6 -3,5 -4,4 -3,4 -1,6 -2,7 -5,5 -4,5 -3,8 -3 -3,5 IT
-5,3 -5 -6,2 -5,4 -4,1 -3,6 -1,9 -3,7 -7,5 -7,9 -5 -3,9 -4,9 PL
-23,9 -10,2 -9 -4,4 -1,2 -0,8 -1,5 -2,8 -7 -2,6     -6,3 TRK
-0,4 -2,1 -3,5 -3,5 -3,4 -2,8 -2,8 -5 -11,4 -10,1 -7,7 -6,1 -4,9 UK

Source of Data Eurostat  (dati reimpaginati dall’autore)

http://epp.eurostat.ec.europa.eu/tgm/table.do?tab=table&init=1&language=en&pcode=tec00127&plugin=1

 

Le affermazioni dei tecnocrati che governano la politica economica sono tanto più preoccupanti quanto più si approfondiscono gli aspetti emotivi e relazionali che stanno alla base del loro atteggiamento verso i paesi come l’Italia, più afflitti da disoccupazione e crisi.

Il nostro paese è destinatario di  “monitoraggio specifico e azioni politiche forti” nel rapporto del Commissario per gli affari economici che , ben lontano dal considerare la posizione dei paesi in relazione al loro impegno pluriennale per combattere il deficit in un’ottica di fiducia, ha una ricetta preconfezionata valida per tutte le malattie: i tagli.

Se non fosse irrispettoso verrebbe da paragonarlo ai medici del medioevo che per tutti i mali prevedevano un unico rimedio: il salasso.

Bisogna però considerare che non si tratta di cure per guarire il malato, ma di una profilassi per evitare il pericolo di infezioni, poiché i paesi del gruppo  “pigs” potrebbero diffondere il contagio presso i “virtuosi” paesi del nord.

Queste non sono le fantasie di un anti europeo, ma le convinzioni che animano tanta parte delle scelte dei vertici politici e burocratici.

I trattati però stabiliscono altro riguardo le modalità che possono far giungere a delle sanzioni.

L’Art 126 del TRATTATO sul FUNZIONAMENTO dell’UE prevede che i commissari nello stendere una relazione a proposito di paesi accusati di deficit eccessivo tengano conto tra l’altro che:

“ 2. — il rapporto non sia diminuito in modo sostanziale e continuo e abbia raggiunto un livello che si avvicina al valore di riferimento,…

3.La relazione della Commissione tiene conto anche dell’eventuale differenza tra il disavanzo pubblico e la spesa pubblica per gli investimenti e tiene conto di tutti gli altri fattori significativi, compresa la posizione economica e di bilancio a medio termine dello stato membro..”

 

Inoltre riguardo il vincolo tra deficit e PIL l’art 2 co 2 del   TRATTATO SULLA STABILITÀ,.. prevede tra l’altro che“ Il presente trattato si applica nella misura in cui è compatibile con i trattati su cui si fonda l’Unione europea e con il diritto dell’Unione europea…”

 

Insomma sia il quadro normativo ,sia le considerazioni di carattere economico , introducono a scelte di politica economica completamente diverse da quelle che ci vengono imposte.

A proposito di politiche economiche negli Stati Uniti l’amministrazione Obama ha introdotto finanziamenti per 787 mld di dollari attraverso il “American Recovery and Reconstruction Act”, finanziamenti giudicati“sottodimensionati” da P. Krugman che, nel suo saggio “ Fuori da questa crisi adesso!” sostiene che l’ ARRA “ha certamente mitigato la recessione, ma ha fatto molto meno di ciò che sarebbe necessario per portare alla piena occupazione..”

Egli infatti sostiene che nonostante l’entità dei finanziamenti l’efficacia solo parziale del piano di Obama sia anche dovuta al fatto che solo una parte dei finanziamenti sono stati destinati ad infrastrutture, mentre il 40% è stato impiegato per riduzioni d’imposte.

Perciò il modello di riferimento, secondo i Keynesiani, deve restare la Works Progress Administration di F.D.Roosvelt  che dava lavoro a 3 milioni di persone.

Comunque la si pensi una cosa è sicura : questa crisi non è passata e non passerà da sola, senza interventi decisi e lungimiranti diventeremo sempre più marginali , fino a rischiare veramente di scomparire dalla storia come nazione, come società e come popolo.

Michele Partesotti